Acufene, quel ronzio che non dà tregua




«Tra i fattori che possono scatenarlo ci sono anche l’esposizione continua a rumori intensi e il forte stress»

Bono degli U2, Chris Martin dei Coldplay, Sting, Caparezza sono solo alcuni dei tanti cantanti che soffrono di acufene, ovvero quel fastidioso ronzio o fischio continuo nelle orecchie. E il problema riguarda anche chi lavora in ambienti con macchinari molto rumorosi. Oltre ai suoni intensi, poi, esistono anche altri fattori che possono contribuire all’insorgenza del disturbo. Fondamentale, in ogni caso, è non sottovalutare il problema e affidarsi da subito allo specialista.

«Chiamato anche “tinnito”, l’acufene è la percezione di un rumore, simile a un ronzio o un fischio, che viene avvertito nelle orecchie o nella testa, in assenza di uno stimolo acustico esterno. Solitamente il fenomeno è soggettivo, cioè avvertito solo dalla persona stessa. A seconda dei casi, poi, il rumore può essere continuo o intermittente e riguardare un solo orecchio (acufene unilaterale) oppure entrambi (acufene bilaterale). Il ronzio inoltre può manifestarsi con diverse intensità, fino ad arrivare ad avere un impatto negativo sulla qualità

della vita della persona, interferendo ad esempio con il sonno e le attività quotidiane».

Perché si manifesta?

«La causa esatta non è ancora del tutto chiara. Il problema sembrerebbe dipendere da patologie dell’orecchio (cerume, otiti, corpi estranei, ipoacusia, neurinoma acustico-vestibolare) o delle strutture nervose dell’orecchio, tra cui la malattia di Meniere. Ci sono poi altre condizioni che contribuirebbero alla sua insorgenza:

"assunzione di alcuni farmaci (acufene ototossico), problemi dell’articolazione temporomandibolare, contratture muscolari, problemi cardiovascolari, conflitto neuro-vascolare e danni neurologici (ad esempio dovuti a sclerosi-multipla). Altri fattori determinanti

sono infine l’esposizione continua a rumori intensi e il forte stress».

Come si diagnostica?

«Trattandosi di un fenomeno soggettivo, l’acufene non può essere misurato oggettivamente con test diagnostici. Lo specialista si deve quindi basare sull’anamnesi ed effettuare un esame audiometrico per capire le possibili cause.

Se lo ritiene necessario, poi, potrà richiedere di eseguire ulteriori indagini per escludere la presenza di altre patologie».

Si può curare?

«Poiché le cause sono tante e diverse, non esiste un approccio unico alla cura. Deve essere

quindi lo specialista a stabilire la terapia migliore. Quando la causa del disturbo è nota, come ad esempio una patologia specifica, il trattamento è mirato a risolverla. Nel caso in cui la terapia non risultasse efficace o non si riuscisse a comprendere l’origine del problema, può essere d’aiuto la cosiddetta terapia del suono, basata sulla riproduzione di “suoni bianchi” (di solito rumori della natura) capaci di mascherare il messaggio sonoro al cervello. La

consulenza psicologica, infine, può essere da supporto nella gestione di ansia e stress».